Alcatraz


Fare qualcosa
ottobre 22, 2009, 10:47 am
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Fortunati quei tempi in cui c’è qualcuno che è disposto a fare qualcosa al di là del risultato.

L. Eusebi



Struttura organizzativa
ottobre 16, 2009, 1:03 pm
Archiviato in: organizzazione

vescovi

Oggi parliamo della struttura organizzativa del mio Alcatraz…

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Breve premessa su alcuni modelli organizzativi esistenti:

Macrostruttura elementare: due soli livelli nella linea gerarchica (alta direzione – unità operative).

Macrostruttura polifunzionale: almeno tre livelli nella linea gerarchica (alta direzione – direzione di funzione – unità operative).

Limiti strutturali: la tendenziale lentezza delle comunicazioni interne; la difficoltà a fronteggiare la variabilità ambientale e tecnologica; la tendenza a far sì che gli attori organizzativi assumano sotto-obiettivi organizzativi (limitati alla loro funzione) perdendo di vista l’obiettivo globale (solo l’alta direzione è in grado di vedere l’organizzazione nel suo insieme) e la fluidità dei processi.

Condizioni ideali: prodotti ampiamente sperimentati e standardizzati; bassi livelli di innovazione tecnologica; ridotta variabilità ambientale.

Macrostruttura multidivisionale: almeno quattro livelli nella linea gerarchica (alta direzione – direzione di divisione – direzione di funzione – unità operative).

Limiti strutturali: la moltiplicazione di risorse che svolgono medesime funzioni e, quindi, dei costi; le possibili difficoltà di comunicazione tra le divisioni, che tendono a comportarsi come aziende a sé stanti; la tendenza a far sì che gli attori organizzativi assumano come organizzazione di riferimento non l’intera azienda ma la propria divisione.

Condizioni ideali: elevata eterogeneità dei prodotti dal punto di vista tecnologico e/o produttivo; elevata eterogeneità del mercato di sbocco o della clientela per lo stesso prodotto.

Macrostruttura a matrice: variante della polifunzionale, dove al livello dei direttori di funzione in parallelo si trovano project/product manager.

Limiti strutturali: la difficoltà di standardizzazione dei risultati produttivi; lo stress provocato dai continui cambi di ruolo e dalla difficoltà di programmazione delle attività; i rischi di conflitti di ruolo e di competenza; il rischio di duplicazione di funzioni tra la struttura verticale e quella orizzontale.

Condizioni ideali: elevata variabilità ambientale e di mercato; alti livelli di innovazione tecnologica; necessità di impiegare competenze specialistiche e innovative.

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Bene, il mio Alcatraz non applica nessuno di questi modelli organizzativi, pur essendo in grado di collocarsi a metà tra l’uno e l’altro e di sperimentarne alcuni rischi in modo molto competitivo. Il mio Alcatraz è organizzato secondo la macrostruttura della gerarchia ecclesiastica. Approfondiamo…

Abbiamo 5,5 livelli nella linea gerarchica (perché a noi, ci piacciono le cose semplici e chiare): il papa, il presidente della conferenza episcopale, i vescovi (di cui alcuni alti prelati cardinali), i preti, e i semplici fedeli.

Il papa: il gran direttore custode della visione d’insieme, ogni tanto proclama o promulga una qualche enciclica. Spesso le sue parole non hanno molto da dire a chi le ascolta, si riscontra una certa tendenza al distacco dalla realtà. Fornito anche di papa-mobile.

Il presidente della conferenza episcopale: è l’uomo più vicino al papa, spesso si potrebbe pensare che sia lui (con gli alti prelati) a governare di fatto. Si dedica con grande zelo all’aspetto politico e di gestione del potere che il suo compito prevede, l’attenzione spirituale e ai fedeli viene spesso trascurata.

I vescovi: i direttori di funzione, tra i quali si trovano quelli con più responsabilità che sono i cosiddetti cardinali. Ognuno di loro è attento al rapporto tra i suoi pari e con presidente e papa, più che a quello coi sacerdoti sottoposti di cui dovrebbe avere cura. Il vescovo presiede alla sua funzione esercitando il proprio controllo, e ogni diocesi viaggia in modo indipendente dalle altre.

I preti: coloro che di fatto mandano avanti la baracca, spesso insoddisfatti del rapporto col proprio vescovo e praticamente non considerati dai livelli superiori. Ogni inizio d’anno attendono le nomine e gli spostamenti che puntualmente il vescovo proclama con mesi di ritardo, segno di grande empatia. Ogni tanto (o ogni spesso a seconda dei periodi) qualcuno di loro decide di cambiare diocesi, di spretarsi o di diventare buddhista… informazioni che i superiori sono molto attenti a non far circolare e a isolare. Quelli appena ordinati tendono ancora a porsi domande sul senso. Nonostante ci siano riunioni tra vescovi, quelle tra preti non esistono, anzi vengono vivamente scoraggiate.

I semplici fedeli: chi lavora in curia senza essersi fatto prete. Si va dagli integralisti più appassionati che desiderano intraprendere la carriera ecclesiastica, ai rassegnati, passando per i dubbiosi, fino ai critici che talvolta diventano perseguitati.

Limiti strutturali: difficoltà di rinnovamento nel proprio linguaggio e nella propria offerta, incapacità di sfruttare le proprie potenzialità e di servirsi dell’esperienza accumulata nella propria storia. Difficoltà nella comunicazione interna tra appartenenti a diocesi diverse. Difficoltà di pianificazione a lungo termine nonostante il proprio settore di attività. Tendenza ingiustificata ad occuparsi di questioni che esulano dal proprio settore di mercato.

Condizioni ideali: il personale è fortemente motivato al di là del compenso, poiché la ricompensa sarà nel regno dei cieli. Le guide sono riferimenti spirituali oltre che professionali, si tende a non mettere in dubbio la veridicità di quanto viene proclamato.

Rischi/opportunità del modello stesso: tra i membri della comunità talvolta si sviluppano correnti che non badano al funzionamento secolare, ma prediligono l’attenzione al senso e alle persone, aprendo nuove prospettive di speranza.

Il tuo Alcatraz a che modello organizzativo si ispira?

Denver


Strumentazione
ottobre 14, 2009, 12:29 pm
Archiviato in: contratti

techno

Il collaboratore a progetto deve poter disporre dei materiali dell’azienda nell’esplicazione della sua attività lavorativa“. A questo proposito, vorrei descrivere il mio computer.

A prima vista, il mio computer potrebbe sembrare un computer come molti altri, anzi, perfino tecnologico essendo dotato di schermo LCD di ultima (o penultima?) generazione! Ma quando si accende, si comprende immediatamente l’aspetto demoniaco latente e la prima cosa sensata che viene in mente di fare è spegnerlo, pregando che la breve accensione non abbia compromesso la vostra salute per i prossimi 10 anni. Purtroppo non è sempre possibile fare finta di lavorare senza accendere il computer, ecco allora che armati di coraggio si digita la password per entrare nel server dell’azienda, un luogo misterioso e video-sorvegliato.

Da quando si accende, il mio computer emette strani suoni, una sorta di lamento degli inferi, un borbottio continuo (tipo moka) tutto il santo giorno, 8-9 ore di fila. Ogni tanto però, come un’effetto personalità multipla, il lamento cessa di colpo e mi stupisco del silenzio che mi circonda… questo stato di grazia dura però meno della parola che esprime stupore “wow!”, perchè il maligno si reimpossessa del computer e il borbottio ricomincia…

Ma la cosa più divertente del mio computer è che nel mezzo di una ricerca di primaria importanza sulla rete (ad esempio il numero del ristorante preferito) o di un conteggio a più fattori su foglio excel (dei giorni che mancano alle ferie) il computer si ferma e con un messaggio, a mio parere ironico, mi ordina di riavviare il sistema causa sovraccarico… e non va più neanche un tasto… E così, mi ritrovo a riavviare il computer, almeno 3 o 4 volte al giorno, perdendo tempo prezioso che potrei dedicare al mio progetto (ma forse il progetto era proprio riavviare il computer più volte al giorno?).

Ormai non saprei più vivere senza rumore di sottofondo, penso che per le nozze sceglierò un borbottio simile a quello del mio computer per introdurre la mia entrata, perchè in fondo è diventato un suono che mi rappresenta…

Oddio! Si è fermato… che silenzio… ah no, ha già ricominciato… Ctrl+Alt+Canc!

MancoLiCani


Questo funziona. Questo ha senso.
ottobre 13, 2009, 3:25 pm
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Un buon compromesso, una buona legge, sono come una buona frase, o un buon brano musicale. Tutti possono riconoscerlo. Dicono “Mmh… Questo funziona. Questo ha senso”.

B. Obama

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“A good compromise, a good piece of legislation, is like a good sentence; or a good piece of music. Everybody can recognize it. They say, ‘Huh. It works. It makes sense.”



Il collaboratore
settembre 25, 2009, 2:55 pm
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collaboratore

Da emerita ignorante in materia quale sono, non voglio dare definizioni o lezioni sul significato della parola collaboratore e sui concetti che ci stanno sotto, anche se essendo una persona adulta e con un cervello funzionante un’idea l’avrei, o meglio l’avevo…

Secondo il mio punto di vista, lavorare in una azienda come collaboratore a progetto voleva dire contribuire alla realizzazione di un progetto o al raggiungimento di 1 o più obiettivi predefiniti, in un periodo di tempo determinato.

Questo, sempre secondo il mio immaginario di allora, presupporrebbe l’esistenza di obblighi…

  • AVERE UN PROGETTO DA REALIZZARE O UN OBIETTIVO DA RAGGIUNGERE
  • AVERE TEMPI E SCADENZE DA RISPETTARE

ma anche di diritti…

  • AVERE A DISPOSIZIONE TUTTI GLI STRUMENTI NECESSARI
  • NON AVERE OBBLIGHI DI ORARI O GIORNI LAVORATIVI DA RISPETTARE
  • NON DOVER GIUSTIFICRE LE PROPRIE ASSENZE
  • GESTIRE AUTONOMAMENTE IL PROPRIO LAVORO

In realtà nel mio ALCATRAZ essere collaboratore a progetto significa ben altro…

Progetti o obiettivi non se ne vedono con chiarezza; piuttosto ci sono mansioni ripetitive, attività di routine e tutta una serie di compiti che esulano sia dalla parola progetto che dalla parola obiettivo. Tempi e scadenze da rispettare nemmeno; l’unica scadenza di cui ho sentito parlare è quella del contratto.

Gli strumenti ci sono, o meglio c’è il pc, ci sono i software, c’è il cellulare, c’è il rimborso spese se usi la macchina… il problema è che manca la base. Probabilmente si sono dimenticati che per lavorare bene è necessario ANCHE conoscere le cose, essere informati, essere formati (e non de-formati) ed essere inclusi nei processi d’insieme, per contribuire nel modo migliore al raggiungimento degli obiettivi aziendali.

Passiamo però ai diritti del collaboratore a progetto. Innanzitutto ad ALCATRAZ è bandita la parola diritto. O forse solo per alcuni. Non si sa bene il motivo ma c’è chi può tutto e chi non può nulla.

In effetti, se devi uscire mezz’ora prima perché hai finito le cose da fare… devi dare una giustificazione che non può assolutamente essere “ho finito le cose da fare”… perché non è possibile rimanere senza cose da fare. Se hai visite, impegni o appuntamenti devi sempre giustificare il motivo per cui vai via.

E il tuo lavoro? Quello dipende dai giorni. A volte hai cose interessanti che inevitabilmente il giorno dopo vengono assegnate a qualcun altro, e tu resti come un pesce lesso a fare tutte quelle che già sai… e che in fin dei conti non servono né a te, né all’azienda, né a raggiungere obiettivi o a realizzare progetti.

Il dramma in tutto questo è che non dobbiamo imparare, ma semplicemente “lavorare”… ma forse ci chiamano collaboratori perché dovremmo “con-laborare”, lavorare insieme… non fungere da jolly-riempi-budget.

Ma dimmi… amico “con-laboratore”, nel tuo ALCATRAZ come vanno le cose?

Better